La valle dei sorrisi
La valle dei sorrisi (2025) ITA di Paolo Strippoli
Sergio, un insegnante di educazione fisica segnato dal lutto per la perdita del figlio, accetta un incarico a Remis, un remoto borgo montano soprannominato la valle del sorriso per l’inspiegabile serenità dei suoi abitanti. Qui scopre che la pace collettiva è garantita da Matteo, un adolescente trattato come un santo, capace di assorbire il dolore fisico e spirituale di chiunque lo abbracci durante un rito settimanale. Sergio, inizialmente scettico e poi coinvolto in prima persona, decide di indagare sulla natura di questo dono, finendo per scoperchiare un abisso di egoismo e orrore metafisico che minaccia di distruggere l’intera comunità.
Paolo Strippoli è una voce chiara del nuovo cinema di genere italiano, orchestrando con questo suo ultimo lavoro una parabola nerissima sulla delega del dolore. Il film abbandona immediatamente le coordinate del jump scare a favore di una costruzione atmosferica che deve molto alla lezione del folk horror rurale, dove la minaccia non scaturisce dall’oscurità, ma da una luce solare troppo tersa e da sorrisi troppo larghi per essere sinceri. La macchina da presa si muove con una precisione tra i vicoli di Remis, trasformando i paesaggi montani in una gabbia emotiva in cui il contrasto cromatico tra i toni freddi della sofferenza di Sergio e il calore artificiale dei cittadini genera un costante senso di alienazione.
L’estetica del film non si appoggia a facili effettismi, ma sceglie di far scaturire l’orrore dalla distorsione del sacro e del corpo. La gestione dei silenzi e l’uso di una colonna sonora che sembra vibrare sottopelle amplificano l’idea di una tensione che non cerca lo sfogo immediato, ma preferisce accumularsi in crescendo. La recitazione di Michele Riondino, asciutta e carica di un nichilismo palpabile, funge da contraltare alla figura ieratica e fragile di Giulio Feltri; il loro rapporto diventa il perno attorno al quale ruota una riflessione spietata sulla società contemporanea, disposta a sacrificare l’innocenza sull’altare del proprio benessere istantaneo.
Le poche esplosioni di violenza visiva sono disturbanti proprio perché inserite in un contesto di apparente rigore formale, quasi pittorico. Strippoli compone un quadro di personaggi sconfitti, dove la redenzione è un miraggio e il miracolo è solo l’altra faccia di una maledizione condivisa. La pellicola si prende i suoi tempi, dilatando le sequenze per costringere lo spettatore a confrontarsi con l’oscenità di un sollievo comprato a caro prezzo, arrivando a un epilogo che è una sferzata evangelica al contrario, capace di lasciare una scia di inquietudine.
