Madame Clicquot

Il nostro parere

Madame Clicquot (2023) UK di Thomas Napper


La giovane Barbe-Nicole Ponsardin Clicquot si ritrova vedova poco più che ventenne, ma decide contro ogni convenzione sociale del primo Ottocento di non disperdere l’attività vinicola del marito François. Lottando contro il patriarcato, inclusi i tut-tut di figure come i Moët e il suocero Phillipe, Barbe-Nicole dimostra caparbietà e profonda conoscenza del mestiere. Tra flashback che svelano un matrimonio complesso e l’ossessione per l’innovazione nella regione Champagne, la giovane si afferma come pioniera nel mondo degli affari, aprendo al suo celebre marchio le porte dell’Impero Russo durante le guerre napoleoniche.


Il biopic di Thomas Napper  si presenta al cinefilo smaliziato con la promessa di un dramma in costume che vada oltre il cliché della “storia di successo femminile.” E in parte, pur restando nell’alveo di una convenzionalità di genere, ci riesce grazie a scelte registiche e tecniche che meritano un’analisi.

Il pregio più evidente è l’approccio alla narrazione. Napper decide di frammentare il racconto su due piani temporali, un modus operandi ormai non nuovissimo (si pensi al montaggio alternato caro a certa serialità) ma efficace nel gestire un’esistenza così densa. Se la linea principale segue la lotta della neo-vedova per l’emancipazione imprenditoriale, le sequenze in flashback con François non sono mero riempitivo emotivo. Anzi, queste retrospettive sono forse il nervo più interessante, poiché svelano la natura sempre più instabile e “eccentrica” del defunto marito. L’idea di mostrare la sua creatività inizialmente come “erudita e affascinante,” per poi rivelarla “temperamentale e un po’ folle,” conferisce al personaggio di Haley Bennett una profondità non banale, legandola a un passato da cui deve liberarsi per onorare davvero l’ambizione del progetto. Peccato che, come nota dolente, il film non approfondisca abbastanza questo intrigante, quasi morboso, legame psicologico.

Dal punto di vista tecnico, l’operazione è solida. La fotografia, pur rispettando i canoni dell’ambientazione storica, riesce a catturare non solo l’opulenza dei saloni, ma soprattutto l’estetica quasi “rustica” dei vigneti e delle cantine della Champagne. Un plauso va alla colonna sonora di Bryce Dessner: le sue partiture si fondono con la tessitura visiva in modo sorprendente, sottraendosi alla retorica musicale da melodramma e conferendo un sapore contemporaneo, quasi malinconico, alla determinazione della protagonista.

Haley Bennett è convincente, crescendo in spessore man mano che il suo personaggio acquisisce potere e consapevolezza. Il suo sguardo, inizialmente sognante e dipendente, si fa progressivamente tagliente e astuto. Nonostante qualche idealizzazione di troppo che lo fa talvolta scivolare nel racconto un po’ edulcorato della “girlboss ante litteram,” Napper riesce a trasmettere il processo di creazione del vino con inaspettata pragmaticità, al di là delle poetiche “chiacchiere con le viti.”

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