Guglielmo Tell
Guglielmo Tell (2024) UK di Nick Hamm
L’azione si svolge nel 1307, in una Svizzera assoggettata al dominio della casa reale austriaca degli Asburgo, sotto la tirannide del monarca Re Alberto (interpretato da Ben Kingsley con un marcato accento diabolico). Il germe della rivolta viene seminato da un atto di efferata violenza: lo stupro e l’omicidio della moglie di un contadino svizzero per mano di un esattore delle tasse austriaco. La successiva vendetta del contadino, considerata un atto di tradimento contro la corona, lo costringe alla fuga. Egli trova rifugio e assistenza in Guglielmo Tell, un ex crociato, tormentato dal disturbo post-traumatico da stress, che aspira a una vita di quiete con la moglie e il figlio adottivo. Suo malgrado, Tell diviene il fulcro della resistenza popolare, scontrandosi apertamente con il sadico balivo Gessler, rappresentante del potere occupante. La provocazione culmina nell’imposizione di un atto di sottomissione universale: il saluto a un elmo appeso in piazza. Il rifiuto di Tell innesca la fatale e celebre prova della balestra, segnando l’inizio di una vasta congiura per la libertà che coinvolge diverse fazioni, dai nobili indecisi ai ribelli accaniti.
Il film Guglielmo Tell si inaugura con una deliberata esibizione di violenza, stabilendo immediatamente il suo tono maturo e senza filtri. Si discosta risolutamente dalle rappresentazioni edulcorate, optando per una narrazione che include scene esplicite di violenza sessuale e omicidio, seguite da scontri armati di una brutalità grafica, dove le ferite sono rappresentate con un realismo cruento, rendendolo nettamente vietato ai minori.
Il regista Nick Hamm imposta la pellicola come l’atto fondativo di un potenziale “universo cinematografico” storico, un approccio che ricorda le grandi saghe blockbuster contemporanee. Questa ambizione è sottolineata dalla presenza di una scena post-credits pensata per anticipare il prossimo antagonista, una chiara indicazione della volontà di sviluppare la storia in una serie interconnessa, sebbene con tematiche decisamente più oscure e violente rispetto ai modelli di riferimento.
Claes Bang incarna un Guglielmo Tell austero e riservato, un uomo di azione costretto a tornare a una vita che cercava di lasciarsi alle spalle. La sua rappresentazione di un crociato “illuminato”, che ha ripudiato gli orrori della guerra santa, tenta di allineare l’eroe medievale a una sensibilità etica più contemporanea. Questo espediente narrativo permette al personaggio di agire con una moralità incontaminata, pur possedendo le letali abilità di un guerriero temprato.
Dal punto di vista della messa in scena, il film non lesina sul dettaglio tecnico: la cinematografia di Jamie D. Ramsay è lodevole, specialmente nelle ampie inquadrature che gestiscono la complessità delle scene di massa. Tuttavia, si riscontrano alcune incongruenze anacronistiche, come le acconciature e l’abbigliamento curato delle figure femminili e gli stili dei personaggi negativi, che sembrano più in linea con la moda attuale che con l’epoca storica. Inoltre, le scene di combattimento, pur essendo ben orchestrate, talvolta incorporano movimenti di arti marziali che deviano dalla verosimiglianza storica, privilegiando l’impatto visivo.
La pellicola si colloca in una zona grigia: è troppo violenta per un intrattenimento popolare e, allo stesso tempo, troppo incline al melodramma spettacolare per essere catalogata come un austero dramma storico. Nonostante l’evidente impegno produttivo, alcuni effetti visivi, specialmente la composizione di sfondi e primi piani, tradiscono un budget non illimitato, generando un’impressione di discontinuità.
La narrazione, pur attingendo al mito di Schiller, presenta alcune ellissi e soluzioni di trama che appaiono forzate, come la rapidissima evasione di Tell dopo l’arresto, un espediente per non sacrificare l’azione finale a favore di una stasi detentiva. In definitiva, William Tell offre un’esperienza viscerale e ben diretta sul piano dell’azione, ma la sua ambizione di coniugare il dramma storico cupo con la struttura del blockbuster moderno lo rende un’opera stilisticamente ibrida.
