Hey Joe

Il nostro parere

Hey Joe (2024) ITA di Claudio Giovannesi


Dean, tormentato dal passato e dalla vita, riceve un telegramma che gli svela l’esistenza di un figlio, Enzo, nato da un amore fugace durante l’occupazione. Spinto dal desiderio di riscatto, Dean parte alla volta di Napoli per incontrare il figlio, ora adulto e invischiato nella malavita locale. Il film dipinge il difficile percorso di questi due uomini, un padre che cerca di recuperare il tempo perduto e un figlio che tenta di affrancarsi da un destino già scritto, tra vicoli, personaggi coloriti e scelte difficili.


È un bel grido di battaglia cinematografico questo nuovo lavoro di Giovannesi, che rispolvera un James Franco un po’ acciaccato ma con una voglia matta di rimettersi in gioco, quasi a voler urlare al mondo che “non è finita finché non è finita”. E il ruolo di Dean sembra proprio un guanto cucito addosso alle sue zone d’ombra, un uomo in pezzi, con la moglie che l’ha mollato, i debiti che lo strozzano e un futuro più incerto di una partita a carte con un baro. Ma ecco che la vita gli gioca un tiro birbone, o forse un colpo di fortuna: un telegramma con tredici anni di ritardo, che gli sbatte in faccia la morte di Lucia, l’amore della sua giovinezza nella Napoli occupata, e soprattutto l’esistenza di Enzo, un figlio che non sapeva di avere. Dean non ci pensa due volte, vende l’auto e si fionda a Napoli, come un cowboy solitario in cerca della sua redenzione.

Il regista ci porta a spasso per una Napoli vivida e pulsante, sia quella martoriata dalla guerra che quella degli anni Settanta, con i suoi vicoli che sanno di storia e di umanità. Giovannesi sta addosso ai protagonisti, quasi a voler rubare ogni loro sospiro, ogni loro emozione, anche quelle non dette. La pellicola mescola i generi con una disinvoltura da far invidia: si passa dalla commedia al dramma, con puntate nel poliziesco, il tutto condito da un ritmo che ti tiene incollato alla poltrona. Certo, qualche semplificazione narrativa c’è, soprattutto nel finale che magari pecca un po’ di ottimismo spicciolo, ma in fondo si tratta di un buon esempio di cinema “di mezzo”, quello che non ti sconvolge la vita ma ti regala un paio d’ore piacevoli e ti fa riflettere un po’. La fotografia, curata da Daniele Ciprì, è un vero e proprio abbraccio alla città, esaltando la sua bellezza chiaroscurale e la visceralità del racconto, quasi a voler fare a pugni con la superficialità.

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