10 registi morti nel 2025

10. Il Trittico dei Registi Contemporanei

    • James Foley (28 dicembre 1953 – 12 giugno 2025) Regista dal tocco cupo e introspettivo, Foley si è distinto per la capacità di dirigere gli attori in ruoli ad alta tensione psicologica. Il suo capolavoro resta “Americani” (1992), dove trasforma una pièce teatrale in un claustrofobico duello verbale tra squali immobiliari. La sua opera esplora spesso l’ossessione e il lato oscuro del sogno americano, come dimostrato anche nel noir “A distanza ravvicinata” (1986). Ha anche girato Who’s that girl e i primi due episodi di 50 sfumature.

    • Ted Kotcheff (7 aprile 1931 – 21 agosto 2025) Canadese di grande vigore narrativo, Kotcheff ha saputo spaziare tra generi opposti con estrema efficacia. Ha creato l’archetipo del reduce di guerra con “Rambo” (1982), trasformando un action movie in una critica amara al trattamento dei veterani. Al contempo, ha dimostrato un talento unico per la commedia fisica e grottesca con “Weekend con il morto” (1989). Il suo cinema è spesso centrato sull’individuo in lotta contro un ambiente ostile.

    • Jonathan Kaplan (25 novembre 1947 – 14 marzo 2025) Cresciuto alla scuola di Roger Corman, Kaplan ha evoluto il suo stile verso un cinema di forte impegno sociale. Con “Sotto accusa” (1988) ha firmato uno dei film più importanti sul tema del consenso e della violenza sulle donne. La sua regia è caratterizzata da un realismo asciutto e da una profonda empatia per le vittime della società, elementi visibili anche nel drammatico “Due donne e un assassino” (1993).


9. Lee Tamahori (17 giugno 1950 – 19 maggio 2025) Il neozelandese Lee Tamahori ha saputo coniugare l’impatto visivo del cinema moderno con una narrazione identitaria potente. Con Once Were Warriors (1994), ha scosso le coscienze internazionali mostrando come il retaggio di un popolo guerriero potesse trasformarsi in un’autodistruzione tragica se confinato nella povertà urbana. Il suo stile, energico e spesso muscolare, ha cercato di mantenere sempre viva la scintilla di una dignità ferita, anche quando si è cimentato con i grandi budget hollywoodiani, portando una sensibilità indigena in contesti globali.

8. Yves Boisset (14 marzo 1939 – 8 luglio 2025) Massimo esponente del cinema “poliziesco-politico” francese, Yves Boisset ha vissuto la regia come una missione civile. Le sue opere, come Il giudice d’assalto (1977), sono state spesso oggetto di pesanti tentativi di censura per la loro audacia nel fare nomi e cognomi, anche se trasfigurati, della corruzione istituzionale. Boisset non cercava il compiacimento estetico, ma la chiarezza dell’esposizione; il suo montaggio incalzante serviva a svelare i meccanismi del potere occulto, rendendolo un erede spirituale di Costa-Gavras.

7. Robert Benton (29 settembre 1932 – 10 novembre 2025) Robert Benton è stato il poeta delle sfumature domestiche. La sua carriera, iniziata come sceneggiatore nel cuore della New Hollywood, è culminata in una regia capace di catturare i silenzi e gli sguardi che frantumano i matrimoni. In Kramer contro Kramer (1979), ha avuto il coraggio di raccontare un divorzio senza facili manicheismi, dando dignità sia al padre che alla madre. La sua cifra stilistica è sempre stata la discrezione: una macchina da presa che osserva con empatia, cercando la verità universale nei piccoli gesti quotidiani, come dimostrato anche nel crepuscolare La vita a modo mio (1994).

6. Mohammed Lakhdar-Hamina (26 febbraio 1934 – 4 settembre 2025) L’algerino Mohammed Lakhdar-Hamina ha dato al cinema arabo e africano una dimensione monumentale. La sua Palma d’Oro per Cronaca degli anni di brace (1975) non fu solo un riconoscimento personale, ma l’affermazione di un intero continente sulla scena mondiale. Le sue inquadrature ampie, che abbracciano il deserto e il cielo, servivano a raccontare la storia di un popolo che riprende possesso del proprio destino. Il suo è stato un cinema della memoria che non ha mai smesso di riflettere sul costo umano della libertà.

5. Souleymane Cissé (21 aprile 1940 – 30 gennaio 2025) Souleymane Cissé è stato il regista che ha liberato il cinema africano dal documentarismo didascalico per elevarlo alla magia pura. Con Yeelen (1987), ha creato un’opera visivamente abbacinante dove il tempo sembra dilatarsi per far posto al mito. Cissé ha saputo filmare la luce del Mali come nessun altro, usandola per illuminare i conflitti generazionali e la saggezza ancestrale, dimostrando che il cinema è lo strumento perfetto per tradurre la tradizione orale in un’esperienza sensoriale moderna.

4. Henry Jaglom (26 gennaio 1938 – 12 novembre 2025) L’opera di Henry Jaglom si situa in quella terra di nessuno tra la confessione e la messa in scena. Regista radicalmente indipendente, ha utilizzato la tecnica dell’improvvisazione guidata per esplorare le nevrosi della classe media americana. I suoi film, come Eating (1990) o Déjà Vu (1997), sono conversazioni infinite, ritratti corali dove la parola diventa l’unico modo per esorcizzare la solitudine. Jaglom è stato il confidente dei suoi attori, creando set che erano più simili a sessioni di psicoterapia collettiva, lasciando un’impronta indelebile nel cinema “da camera”.

3. Rob Reiner (6 marzo 1947 – 14 dicembre 2025) La sua tragica uscita di scena rappresenta uno dei capitoli più oscuri e dolorosi della cronaca recente, un paradosso crudele per un uomo che aveva dedicato l’intera esistenza a esplorare la luminosità dell’animo umano. Il duplice omicidio-suicidio consumatosi nella sua residenza di Brentwood, per mano del figlio Nick, ha posto fine a una dinastia artistica in modo violento e improvviso. Nick Reiner, che aveva collaborato con il padre nel film semi-autobiografico Being Charlie (2015) per raccontare proprio i suoi tormenti legati alla tossicodipendenza, è sprofondato in un abisso psicotico che non ha lasciato scampo né al regista né alla moglie Michele Singer. L’aspetto più significativo dell’opera di Reiner risiede nella sua straordinaria capacità di manovrare i generi cinematografici più disparati con la naturalezza di un artigiano. Non è stato semplicemente un regista, ma un custode della memoria emotiva collettiva. Con Stand by Me – Ricordo di un’estate (1986), ha realizzato quello che molti considerano il film definitivo sull’infanzia e sulla fine dell’innocenza; la sua regia ha saputo tradurre la prosa di Stephen King in un’elegia malinconica sui legami che ci definiscono prima che il mondo ci cambi. Pochi anni dopo, ha rivoluzionato il linguaggio della commedia sentimentale con Harry, ti presento Sally… (1989), un’opera che, grazie a un equilibrio perfetto tra cinismo e romanticismo, ha saputo rispondere alla domanda ancestrale sulla possibilità di amicizia tra uomo e donna, elevando il genere a una dignità filosofica raramente raggiunta prima. La versatilità di Reiner si è spinta fino ai confini dell’incubo con Misery non deve morire (1990), dove ha dimostrato una padronanza hitchcockiana della suspense e dello spazio chiuso, trasformando l’ossessione per il fandom in una trappola mortale. Eppure, anche nei momenti di massima tensione o nei serrati duelli verbali di Codice d’onore (1992) — dove ha messo a nudo le ipocrisie del sistema militare americano — il suo sguardo è rimasto profondamente umanista. Reiner credeva nella forza della parola e nella nobiltà del confronto; il suo cinema non ha mai avuto bisogno di effetti speciali ridondanti perché poggiava solidamente sulle interpretazioni attoriali e sulla precisione della messa in scena.


2. Bertrand Blier (14 marzo 1939 – 18 febbraio 2025) La sua opera rappresenta l’anima più anarchica e anticonformista del cinema francese. Figlio del celebre attore Bernard Blier, Bertrand ha saputo distaccarsi dall’ombra paterna per diventare un chirurgo raffinato e spietato delle ipocrisie borghesi. Il suo stile, sospeso tra il surreale e il cinico, ha fatto della provocazione non un fine, ma un mezzo per esplorare la natura caotica del desiderio umano. Il suo cinema è esploso con “I santissimi” (1974), un’opera che ha scandalizzato la Francia per la sua libertà amorale, trasformando la deriva di due giovani sbandati in una ricerca esistenziale di autenticità. Blier ha saputo raccontare la fragilità maschile attraverso il ribaltamento dei ruoli, come nel pluripremiato “Preparate i fazzoletti” (1978), dove l’amore si spoglia del possesso per farsi sacrificio assurdo e tenero. Nelle sue opere più mature, come il nichilista “Buffet freddo” (1979) o il folgorante “Troppo bella per te!” (1989), ha utilizzato dialoghi taglienti e situazioni paradossali per smascherare la tirannia dell’estetica e la solitudine urbana. Blier ci lascia l’eredità di un autore che non ha mai avuto paura di essere sgradevole, ricordandoci che l’essere umano è una creatura ridicola, tragica e profondamente libera solo quando accetta le proprie contraddizioni.

1. David Lynch (20 gennaio 1946 – 10 maggio 2025) La sua produzione artistica non è stata una semplice carriera cinematografica, ma un progetto estetico totalizzante che ha fuso pittura, sound design, fotografia e meditazione. Lynch non “scriveva” film nel senso tradizionale; egli “pescava” idee dal subconscio, traducendo in immagini ciò che spesso è incomunicabile a parole. Il suo stile, universalmente noto come Lynchiano, si fonda sulla coesistenza tra l’estrema purezza dei sentimenti e la violenza più degradante, una dualità che riflette la sua visione del mondo come un mistero sacro e terribile. Il suo percorso è iniziato nelle aule della Pennsylvania Academy of the Fine Arts, e questa impronta pittorica è rimasta il cuore pulsante di tutta la sua opera. Il suo esordio, “Eraserhead – La mente che cancella” (1977), richiese cinque anni di lavorazione e divenne il manifesto del suo cinema: un incubo industriale in bianco e nero dove il suono — un ronzio elettrico perenne — diventava un personaggio a sé. Lynch ha introdotto l’idea che l’orrore non venga dall’esterno, ma nasca dall’inquietudine domestica e dalle ansie biologiche. Con “The Elephant Man” (1980), ha dimostrato che la sua estetica del “mostruoso” era intrisa di una pietas profondissima, realizzando un capolavoro di empatia che ha commosso le platee mondiali senza rinunciare alla sua cifra visionaria. La vera rivoluzione culturale è però arrivata con la decostruzione del sogno americano. In “Velluto blu” (1986), Lynch ha squarciato il velo della perfezione provinciale: la cinepresa scende sotto il tappeto erboso per mostrare gli insetti che brulicano nel buio. Questo tema è esploso definitivamente con “I segreti di Twin Peaks” (1990), l’opera che ha cambiato la storia della televisione. Lynch ha portato il surrealismo, il misticismo tibetano e l’orrore metafisico nel formato seriale, creando un fenomeno di massa che interrogava il pubblico sulla natura stessa del male. Nella fase più matura, Lynch ha abbandonato ogni pretesa di narrazione lineare per esplorare la frammentazione della psiche umana. In “Mulholland Drive” (2001) — spesso considerato il suo apice creativo — ha trasformato Hollywood in un labirinto di sogni infranti e identità intercambiabili. Qui la struttura del film ricalca la logica del sogno (o dell’incubo), dove i personaggi si perdono in un “Moebius strip” narrativo che sfida lo spettatore a rinunciare alla logica razionale per abbracciare l’emozione pura. L’eredità di Lynch risiede anche nel suo uso rivoluzionario del suono. Collaborando con il compositore Angelo Badalamenti, ha creato atmosfere dove la musica non commenta l’azione, ma la trasfigura. Per Lynch, il cinema era una “scultura di tempo e vibrazioni”.

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