Anemone
Anemone (2025) UK di Ronan Day Lewis
Dopo vent’anni di esilio volontario nei boschi del nord dell’Inghilterra per fuggire ai fantasmi dei Troubles irlandesi, l’ex soldato Ray viene rintracciato dal fratello Jem. Quest’ultimo, che ha cresciuto il figlio di Ray e ne ha sposato l’ex moglie Nessa, cerca di strapparlo al suo isolamento per aiutarlo ad affrontare la deriva violenta del ragazzo. L’incontro tra i due fratelli in una spoglia cabina diventerà il pretesto per un doloroso e definitivo confronto con i traumi mai sepolti del loro tragico passato familiare.
Il debutto alla regia di Ronan Day-Lewis, co-sceneggiato insieme al padre Daniel, si offre allo sguardo dello spettatore non tanto come un racconto lineare, quanto come una raffinata partitura visiva e spaziale che affonda le sue radici nella gloriosa tradizione del Kammerspiel nordico. La capanna isolata nei boschi del nord dell’Inghilterra cessa immediatamente di essere un mero elemento scenografico per farsi teatro della mente, un perimetro esistenziale claustrofobico di strindberghiana memoria in cui i legami di sangue vengono sezionati con la precisione di un chirurgo. Il regista, il cui sguardo si è formato nel territorio delle arti figurative prima ancora che dietro l’obiettivo, rifiuta la frenesia del montaggio contemporaneo e imposta una messinscena costruita sulla persistenza dell’inquadratura. I quadri fissi e i lenti, quasi impercettibili movimenti di macchina non assecondano l’azione, ma la contengono, costringendo lo spettatore a misurarsi con la densità fisica dell’aria, con la nebbia che inghiotte i contorni e con una gamma cromatica di verdi lividi e grigi plumbei che evoca i paesaggi interiori del cinema di Tarkovskij.
Questo rigore formale accoglie e fa risaltare la notevole dialettica attoriale, giocata sul contrasto tra due opposte filosofie di messinscena. Da un lato, il ritorno di Daniel Day-Lewis regala un’interpretazione di impressionante spessore drammatico, un corpo tormentato che accumula tensione fino a esplodere in monologhi che sembrano scaturire direttamente dal teatro elisabettiano, richiamando la furia ancestrale del suo celebre personaggio in There Will Be Blood. Dall’altro, la recitazione trattenuta di Sean Bean lavora per sottrazione bressoniana: il suo Jem è una presenza quasi scultorea, un contenitore di silenzio e dignità che incanala e ammortizza l’urto della tempesta fraterna. Questa tensione tra il massimalismo performativo di Ray e il minimalismo etico di Jem trova un contrappunto formale nell’architettura sonora del film. La colonna sonora curata da Bobby Krlic non si limita a commentare le sequenze ma le aggredisce fisicamente, traducendo la dissociazione psicologica del protagonista in una vibrazione acustica che disturba deliberatamente la solennità bucolica del paesaggio.
È proprio in questo cortocircuito tra classicismo teatrale e sperimentazione sensoriale che Anemone rivela la sua natura più ambiziosa e originale. Ronan Day-Lewis non teme di incrinare la verosimiglianza del dramma realista introducendo improvvisi squarci di realismo magico, come l’apparizione di creature spettrali e cavalli eterei che fluttuano nell’oscurità. Queste visioni, lungi dall’essere semplici velleità decorative, funzionano come proiezioni plastiche di una colpa intergenerazionale che non riesce a trovare una formulazione verbale. Sebbene la narrazione proceda con un andamento ellittico dove le transizioni temporali avvengono per accostamenti sensoriali piuttosto che per raccordi logici, il film non smarrisce mai la sua coerenza atmosferica. L’opera si struttura come un viaggio meditativo che preferisce la persistenza del dubbio alla consolazione della risposta, offrendo a un pubblico di cinefili esigenti un’esperienza visiva ed emotiva densa, complessa, capace di risuonare nella memoria.
