Bugonia

Il nostro parere

Bugonia (2025) USA di Yorgos Lanthimos


Due cugini texani profondamente segnati da vicende personali e ossessionati da teorie cospirazioniste, Teddy e Don, si convincono che Michelle Fuller, la gelida e impeccabile amministratrice delegata della multinazionale farmaceutica Auxolith, sia in realtà un’emissaria aliena proveniente dalla costellazione di Andromeda, giunta sulla Terra per annientare l’ecosistema partendo dallo sterminio delle api. Per sventare la catastrofe prima dell’imminente eclissi lunare, i due rapiscono la donna, le radono i capelli per neutralizzare le sue antenne ricettive e la incatenano nel seminterrato della loro isolata proprietà rurale. Da quel momento, il sotterraneo si trasforma nell’arena di un brutale ma grottesco duello psicologico in cui i sequestratori tentano di costringere la prigioniera a confessare la sua vera natura e a negoziare la salvezza del pianeta con la nave madre.


L’incontro tra il nichilismo ellenico di Yorgos Lanthimos e la bizzarria strutturale del cinema sudcoreano di inizio millennio genera una commedia nerissima e disperata che sembra dialogare a distanza con il cinema politico e grottesco di Rainer Werner Fassbinder, in particolare con la destrutturazione terroristica e l’alienazione de La terza generazione. Il regista adotta una messinscena apparentemente più trattenuta rispetto ai suoi ultimi lavori, abbandonando quasi del tutto i grandangoli esasperati e le lenti anamorfiche che avevano caratterizzato le sue prove precedenti, per abbracciare un rigore geometrico che posiziona i corpi nello spazio con la precisione clinica di un entomologo. Questa asciuttezza formale esalta il contrasto plastico tra l’algida architettura modernista dei quartieri generali della multinazionale e la sporcizia materica del seminterrato, traducendo la frattura di classe in pura dinamica spaziale, dove il lusso asettico e il degrado rurale si scontrano senza possibilità di conciliazione.

Nelle febrili sessioni d’interrogatorio, la macchina da presa stabilisce un codice visivo spiazzante: Teddy viene costantemente ripreso dal basso, ad accentuarne la febbrile e goffa ascesa a giustiziere improvvisato, mentre su Michelle incombono schiaccianti inquadratura dall’alto. Questa precisa scelta figurativa evoca l’iconografia del martirio dreyeriano de La passione di Giovanna d’Arco, elevando la carnefice del tardo-capitalismo a figura sacrificale e privando lo spettatore di qualsiasi coordinata morale rassicurante. C’è una tensione claustrofobica e disperata che rimanda a Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet, dove il rapimento si fa sineddoche di un disagio sociale insanabile, un urlo disperato che tenta di opporsi a una sottomissione tecnologica e biologica.

Il titolo stesso del film rimanda all’antico rito georgico della bugonia, la nascita delle api dalle carcasse bovine, suggerendo che la rigenerazione di una comunità possa passare solo attraverso la decomposizione del vecchio organismo sociale. L’incomunicabilità tra il gergo tecnocratico della Fuller e la paranoia rurale di Teddy svela l’autismo collettivo di un Occidente ormai incapace di un discorso politico comune. Nel finale, sulle note nostalgiche e sovversive di Where Have All the Flowers Gone? di Pete Seeger, Lanthimos distilla il suo pessimismo cosmico, offrendoci il ritratto di un’umanità così ripiegata sui propri egoismi individuali da meritare, forse, solo il silenzio dello spazio profondo.

 

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