Nel centro del mirino

Il nostro parere

Nel centro del mirino (1993) USA di Wolfgang Petersen


Frank Horrigan è un anziano agente del Secret Service logorato dal senso di colpa per non essere riuscito a fare da scudo a John F. Kennedy quel fatidico 22 novembre 1963. Trent’anni dopo, la sua nemesi prende la forma di Mitch Leary, un ex sicario della CIA lucido e camaleontico che lo contatta telefonicamente per annunciargli il prossimo assassinio del presidente in carica. Coinvolto in una sfida psicologica logorante e ostacolato dall’arroganza della politica, Horrigan dovrà allearsi con la collega Lilly Raines e spingere i propri limiti fisici oltre il consentito per intercettare il killer prima che la storia si ripeta.


Wolfgang Petersen orchestra con questo titolo uno dei vertici del thriller hollywoodiano degli anni Novanta, strutturando la narrazione non tanto attorno alla logica del poliziesco procedurale, quanto sulla geometrica e speculare ossessione che lega la guardia al cacciatore. Per i cinefili più attenti, il film si rivela immediatamente come una raffinata destrutturazione del mito cinematografico di Clint Eastwood. Horrigan è a tutti gli effetti un prolungamento crepuscolare e vulnerabile dell’ispettore Callaghan, ma spogliato della sua carica anarchica e reintrodotto all’interno del sistema istituzionale, dove il peso degli anni si traduce in affanno fisico e fallibilità. Il nucleo contenutistico ruota attorno al tema del trauma storico e della redenzione impossibile, dove la figura del Presidente diventa quasi un MacGuffin e il vero focus si sposta sulla dialettica intima tra due uomini rigettati dal tempo.

Le componenti citazionistiche e i rimandi storici nobilitano la sceneggiatura di Jeff Maguire, che stratifica il personaggio di Leary attraverso la memoria collettiva dei regicidi americani: il killer assume inizialmente lo pseudonimo di Booth, evocando l’assassino di Lincoln, e modella l’occultamento della sua arma artigianale sui dettagli storici dell’attentato di Leon Czolgosz ai danni di McKinley. Questa densità concettuale si riflette in una gestione formale in cui la tecnologia digitale dell’epoca compie un passo fondamentale, non per esibire se stessa ma per servire la drammaturgia.

La progressione della tensione non si affida all’iperbole dell’azione pura, ma a una calibrata scomposizione dello spazio operata dal montaggio di Anne Coates. La storica montatrice di Lawrence d’Arabia lavora sui tempi morti e sulle conversazioni telefoniche con una sensibilità teatrale, dilatando il tempo per permettere la fioritura del duello verbale e poi contraendolo improvvisamente nelle sequenze dinamiche, come la celebre e vertiginosa caccia sui tetti. In questo contesto, l’apporto sonoro di Ennio Morricone si spoglia delle consuete enfasi epiche per tessere una partitura minimale, quasi sommessa, dove l’uso degli ottoni e delle dissonanze accresce la claustrofobia degli spazi aperti. Petersen, memore della claustrofobia subacquea di Das Boot, riesce a trasformare i bagni di folla dei comizi elettorali in arene geometriche e minacciose, dove i contrasti cromatici e le inquadrature ravvicinate di John Bailey stringono il cerchio attorno ai personaggi. La riuscita dell’opera risiede proprio in questa capacità di far convergere il rigore geometrico della messa in scena e la fisicità logorata del suo interprete principale, restituendo al genere una dignità drammatica che dialoga direttamente con la grande tradizione del cinema classico americano.

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