Mike & Nick & Nick & Alice
Mike & Nick & Nick & Alice (2026) USA di BenDavid Grabinski
Un bizzarro triangolo amoroso tra criminali di basso borgo prende una piega inaspettata quando Nick incastra l’amante di sua moglie Alice, l’amico e sicario Mike, per un crimine mai commesso. La vendetta del boss Sosa sembra ormai segnata dall’arrivo di un killer cannibale, ma il piano salta quando il Nick del futuro viaggia indietro nel tempo di sei mesi grazie alla macchina dello scienziato Symon. Il Nick futuristico decide infatti di cooperare con il se stesso del presente per rimediare al proprio devastante errore e salvare Mike. Tra paradossi temporali vissuti con assurda disinvoltura e continui after-party, il gruppo dovrà evitare una carneficina e ridefinire i propri legami.
L’operazione imbastita da BenDavid Grabinski gioca con i generi attraverso una libertà espressiva che nel panorama distributivo contemporaneo, spesso appiattito dagli algoritmi delle piattaforme streaming, appare quasi miracolosa. Il film non si preoccupa di levigare gli spigoli o di spiegare didascalicamente le regole della fisica quantistica; al contrario, preferisce gettare lo spettatore in un vortice diegetico dove il tempo si dilata e si contrae a ritmo di musica. L’incipit stesso, affidato alla bizzarra performance canora di Ben Schwartz sulle note di Billy Joel, setta immediatamente le coordinate estetiche della pellicola: un cinema giocoso, frammentato, che ragiona per strappi narrativi e improvvise accelerazioni iperboliche.
La struttura formale, scandita dai capitoli dei diversi after-party, richiama la segmentazione della commedia sofistica classica riletta però attraverso la lente deformante del pulp anni Novanta. L’impianto scenico si muove costantemente sul filo del rasoio tra la farsa e la tensione del neo-noir, trovando una quadratura geometrica eccezionale grazie alla gestione dei tempi comici del cast. Vince Vaughn regala una delle sue prove più mature sdoppiandosi in una dialettica corporea e vocale che contrappone la cialtroneria del presente al sommesso e malinconico senso di colpa del futuro. È una recitazione bidimensionale che eleva il film sopra la media delle produzioni analoghe, supportata da una coreografia delle scene d’azione che dialoga direttamente con il lirismo cinetico del primo John Woo, specialmente nell’uso espressivo del ralenti durante gli scontri cruciali.
Il vero fulcro dell’opera risiede tuttavia nella sua fitta rete di rimandi e nella precisione dei suoi contenuti. Il titolo stesso evoca scopertamente il cinema di Paul Mazursky e il suo Bob & Carol & Ted & Alice, ma il retrogusto nostalgico guarda con affetto ancora maggiore alle bizzarrie pop degli anni Ottanta, evocando lo spirito anarchico e inventivo di Joe Dante e del suo Innerspace. Grabinski non nasconde le proprie fonti di ispirazione, anzi le esibisce con fierezza: i continui riferimenti culturali, che spaziano da Alf alle citazioni musicali dei Chemical Brothers e degli Oasis, non sono semplici ammiccamenti per iniziati, ma frammenti di un mosaico estetico che rivendica il diritto alla stupidità intelligente. Anche l’uso del bianco e nero per i flashback o i tagli di montaggio volutamente sussultori non sono vezzi decorativi, ma dichiarazioni d’intenti che guardano alla destrutturazione narrativa dei fratelli Coen.
Tuttavia, questa giostra citazionistica e formale non è priva di passaggi a vuoto. Nella seconda metà della pellicola, la brillante intuizione iniziale tende a sgonfiarsi progressivamente, normalizzandosi entro i binari fin troppo codificati della commedia d’equivoci e dell’action più convenzionale. A tratti si avverte una certa pigrizia nella scrittura dei personaggi secondari, ridotti a macchiette bidimensionali prive della necessaria evoluzione. Inoltre, l’utilizzo a intermittenza di un montaggio a scatti rallentati finisce per risultare ridondante, un vezzo stilistico che anziché fluidificare il ritmo ne spezza la tensione drammatica, svelando i limiti di una regia che non sempre riesce a governare l’ambizione della sua stessa struttura.
