Diritto di cronaca
Diritto di cronaca (1981) USA di Sidney Pollack
Michael Gallagher è un onesto grossista di liquori la cui unica colpa è l’ascendenza mafiosa del padre defunto, elemento che lo rende il perfetto capro espiatorio per un procuratore federale ambizioso. Quest’ultimo fa trapelare ad arte un fascicolo d’indagine riservato alla giornalista Megan Carter, la quale pubblica la notizia senza verificarne l’attendibilità e innescando un devastante effetto domino sulla vita privata e professionale dell’uomo. Travolto dal fango mediatico e incapace di difendersi per vie legali, Gallagher orchestra una sofisticata e geometrica vendetta intellettuale, manipolando a sua volta la stampa e la giustizia per riabilitare il proprio nome ed esporre la fallibilità dei suoi accusatori.
Iscrivendosi a pieno titolo nel filone del cinema d’impegno civile e democratico che ha caratterizzato la New Hollywood, a pochi anni di distanza dal monumentale affresco giornalistico di Tutti gli uomini del presidente di Pakula, Sydney Pollack sceglie qui di rovesciare la prospettiva etica del quarto potere. Se la pellicola di Pakula celebrava il giornalismo investigativo come baluardo della democrazia, questo lungometraggio ne esplora il lato oscuro, trasformando l’inchiesta in un’arma di distruzione di massa privata, dove il sensazionalismo e l’assenza di dolo legale – il concetto giuridico che dà il titolo originale all’opera – si traducono in una spietata irresponsabilità morale.
La regia adotta una messinscena di rigorosa asciuttezza classica, rifiutando programmaticamente il montaggio serrato o i virtuosismi dinamici per concentrarsi sulla prossemica dei corpi e sullo spazio soffocante della redazione, specchio di una burocrazia della notizia che tritura i destini umani. L’evoluzione estetica del racconto si gioca interamente sul piano della tensione psicologica, dove i primi piani enfatici e i silenzi gravidi di disagio sostituiscono qualsiasi forma di violenza fisica, traducendo la violenza istituzionale in pura dinamica relazionale.
L’interazione tra i due protagonisti si muove su un crinale ambiguo e affascinante che strizza l’occhio ai dettami del melodramma classico e della commedia sofisticata americana degli anni quaranta, pur calandoli in un contesto plumbeo e disilluso. La recitazione controllata e sotterranea di Paul Newman reca in sé le stigmate dell’eroe hitchcockiano classico, l’innocente ingiustamente accusato che deve reinventarsi stratega per sopravvivere. Al suo opposto, la performance nervosa ed empatica di Sally Field rievoca la determinazione delle eroine della Hollywood classica, pur venata da una fragilità contemporanea che impedisce al personaggio di scivolare nello stereotipo della cinica arrampicatrice sociale.
L’apparato citazionista e i rimandi interni al cinema di genere si fondono con una densità contenutistica che anticipa le riflessioni odierne sulla post-verità e sul cortocircuito tra gogna mediatica e giustizia spettacolo. La scrittura scenica culmina in una sequenza finale dialettica che richiama il rigore del teatro shakespeariano, affidata alla magistrale prova di Wilford Brimley nel ruolo del procuratore federale. In quel climax, la scomposizione dei meccanismi del potere e della legge avviene unicamente attraverso la parola e la gestione dello spazio scenico, dimostrando come il vero cinema d’indagine non abbia bisogno di artifici per scuotere la coscienza dello spettatore.
