Transcendence
Transcendence (2014) USA di Wally Pfister
Il dottor Will Caster, pioniere dell’intelligenza artificiale intenzionato a creare una singolarità tecnologica senziente, viene ferito mortalmente durante un attacco orchestrato da un gruppo di terroristi neoluddisti. Per salvarne la mente, la moglie Evelyn e il collega Max Waters tentano un esperimento estremo, caricando la sua coscienza all’interno di un sofisticato supercomputer quantistico. L’operazione riesce, ma l’entità virtuale nata dal network digitale manifesta rapidamente una brama di potere e controllo globale che trascende la natura umana, costringendo scienziati e governo a coalizzarsi per fermarla.
L’esordio alla regia di Wally Pfister si inserisce in quel filone della fantascienza speculativa che predilige la vertigine filosofica all’azione pura, richiamando alla memoria sia le classiche parabole prometeiche della letteratura cyberpunk, sia celebri archetipi televisivi come l’episodio del 1966 di Star Trek, Oltre la galassia. Eppure, nel tentativo di orchestrare questa complessa sinfonia sulla deumanizzazione e sul trauma della perdita, l’opera svela una fragilità strutturale che ne compromette l’efficacia drammaturgica. La sceneggiatura di Jack Paglen commette l’errore metodologico di svelare l’esito della vicenda attraverso un incipit in analessi: una scelta che depotenzia la tensione narrativa, trasformando la progressiva divinizzazione digitale del protagonista in una cronaca priva di autentico mistero.
L’estetica del film beneficia dell’occhio del suo autore, storico collaboratore di Christopher Nolan, che sceglie paradossalmente di imprimere su pellicola una storia dominata dall’immaterialità digitale. Le inquadrature, rigorose nella composizione geometrica e nell’uso espressivo dei contrasti luminosi, tentano di dare corpo e consistenza materica all’invisibile flusso di dati attraverso riflessi su superfici vitree, textures elettrolitiche ed elementi naturali modificati dalle nanotecnologie. Questa cifra stilistica non riesce però a colmare il vuoto emotivo che separa i due interpreti principali. La decantata tragedia romantica tra Johnny Depp, insolitamente trattenuto e monocorde, e Rebecca Hall evapora in una serie di algidi dialoghi a distanza medio-lunga, debitori del cinema nolaniano nella frammentazione del montaggio ma privi della sua caratteristica forza centripeta.
Il nucleo più stimolante risiede nell’ambiguità del sottotesto politico e filosofico, che flirta con le profezie paranoiche di Philip K. Dick. Il supercomputer di Caster, a differenza del minaccioso e bellicoso elaboratore visto in Colossus: The Forbin Project di Joseph Sargent, agisce minto da intenzioni apparentemente messianiche e curative per il pianeta, spostando l’asse del conflitto sulla rinuncia all’autodeterminazione umana in cambio del progresso. Il paradosso formale si compie nel finale, dove le incongruenze logiche della trama si risolvono nell’espediente quasi infantile di un virus informatico iniettato come un siero biologico. Un’ingenuità di scrittura che evoca l’artigianalità dei vecchi b-movie degli anni Sessanta, lasciando nello spettatore cinefilo il fascino per le grandi suggestioni evocate e il rammarico per la loro imperfetta traduzione cinematografica.
