10 film sulla nascita della Repubblica
La transizione istituzionale dell’Italia tra il 1943 e il 1948 costituisce uno dei nodi storiografici e sociali più complessi della storia contemporanea europea. Il passaggio dalla dittatura fascista e dalla monarchia sabauda alla democrazia repubblicana non si è consumato esclusivamente all’interno delle aule parlamentari o nelle prefetture, ma ha trovato nel cinema un eccezionale strumento di elaborazione mitopoietica, scontro ideologico e pedagogia civile. Il cinema italiano del dopoguerra ha agito sia come specchio delle fratture sociali, geografiche ed economiche, sia come motore attivo del processo di “defascistizzazione” morale della nazione, ridefinendo continuamente l’identità collettiva sulle ceneri del conflitto.
Dall’immediata risposta documentaristica e drammatica del Neorealismo, fino alle raffinate ricostruzioni televisive degli anni Settanta e alle riletture femministe contemporanee, i registi italiani hanno affrontato il trauma della transizione esplorandone le contraddizioni, i compromessi storici e le profonde speranze di rinnovamento. L’analisi dettagliata di queste opere rivela come il racconto cinematografico della nascita della Repubblica non sia mai stato univoco, oscillando costantemente tra l’esaltazione etica dei valori della Resistenza e la denuncia amara delle continuità istituzionali e del trasformismo politico della classe dirigente.
Il Cinema come Strumento di Transizione Politica e Culturale
Il periodo intercorso tra la caduta del fascismo nel luglio 1943 e le elezioni politiche dell’aprile 1948 ha rappresentato un’epoca di straordinaria mobilitazione culturale. Le forze raggruppate all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) individuarono immediatamente nel mezzo cinematografico un veicolo privilegiato per attuare una profonda rigenerazione democratica. Tuttavia, la transizione si è mossa costantemente lungo una complessa linea di tensione. Se da un lato vi era l’urgenza di attuare una drastica epurazione delle scorie intellettuali e amministrative del regime fascista, dall’altro prevalse la politica di riconciliazione nazionale culminata nell’amnistia Togliatti del 1946 e nel mantenimento di ampie fette di continuità amministrativa nei gangli dello Stato.
In questo specifico contesto, i registi italiani si trovarono a operare una delicata forma di auto-assoluzione collettiva. Attraverso la rappresentazione di una Resistenza unitaria e interclassista, il cinema contribuì a costruire il mito di un intero popolo che si riscatta spontaneamente dall’oppressione nazifascista, attenuando le responsabilità storiche della maggioranza silenziosa che aveva sostenuto la dittatura per un ventennio. Questa dinamica ambivalente, caratterizzata dalla tensione tra rigore storiografico e necessità mitopoietica, attraversa la totalità delle opere cinematografiche dedicate alla nascita della Repubblica, declinandosi in forme espressive e sfumature ideologiche profondamente differenti a seconda dei decenni e dei contesti politici in cui sono state prodotte.
| Titolo del Film | Regista | Anno | Tematica Principale della Transizione | Principali Riconoscimenti |
| Roma città aperta | Roberto Rossellini | 1945 |
La Resistenza urbana e la fondazione morale pre-repubblicana |
Palma d’Oro a Cannes, Nomination Oscar |
| Paisà | Roberto Rossellini | 1946 |
La liberazione geografica e la frammentarietà dell’unità nazionale |
Nomination Oscar, Nastri d’Argento |
| Sciuscià | Vittorio De Sica | 1946 |
Il dramma dell’infanzia abbandonata nell’infrastruttura post-bellica |
Premio Oscar Onorario, Nastro d’Argento |
| L’onorevole Angelina | Luigi Zampa | 1947 |
L’attivismo femminile, l’edilizia popolare e la fame del dopoguerra |
Coppa Volpi ad Anna Magnani, Nastro d’Argento |
| Anni difficili | Luigi Zampa | 1948 |
La satira del conformismo provinciale e l’opportunismo politico |
Coppa ENIC alla Mostra del Cinema di Venezia |
| Una vita difficile | Dino Risi | 1961 |
Il referendum del 1946, lo scontro di classe e il declino nobiliare |
David di Donatello, 100 film italiani da salvare |
| Nascita della Repubblica | Sandro Bolchi, Vittorio De Sica, Ermanno Olmi | 1971 |
La ricostruzione docu-biografica della transizione istituzionale |
Prodotto Rai per il 25° anniversario della Repubblica |
| Anno uno | Roberto Rossellini | 1974 |
La biografia di Alcide De Gasperi e la ricostruzione dello Stato |
Locarno Heritage Selection |
| C’eravamo tanto amati | Ettore Scola | 1974 |
Il bilancio esistenziale dei partigiani e il fallimento delle utopie |
César, Mosca, Globo d’Oro, Nastri d’Argento |
| C’è ancora domani | Paola Cortellesi | 2023 |
Il suffragio universale, la violenza patriarcale e la democrazia formale |
David di Donatello, Globi d’Oro, Biglietto d’Oro |
La Trilogia della Liberazione e le Fondamenta della Repubblica
1. Roma città aperta (1945)
Girato in condizioni di estrema precarietà materiale immediatamente dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazofascista, il capolavoro di Roberto Rossellini rappresenta l’atto di nascita etico della futura Repubblica Italiana. Il film poggia su una fondamentale intuizione politica: la convergenza ideale e operativa tra l’anima comunista della Resistenza, incarnata dall’ingegnere Giorgio Manfredi (Marcello Pagliero), e l’anima cattolica, rappresentata da Don Pietro Pellegrini (Aldo Fabrizi). Questa alleanza prefigura sul piano narrativo quello che sarà il compromesso costituente tra i grandi partiti di massa che guideranno la transizione democratica e redigeranno la carta costituzionale.
Rossellini, avvalendosi della sceneggiatura di Sergio Amidei e Federico Fellini, e delle interpretazioni iconiche di Anna Magnani nel ruolo di Pina e Aldo Fabrizi, eleva il dramma della Resistenza romana a un piano universale. La morte tragica di Pina, abbattuta dal fuoco nemico mentre insegue il camion che deporta il compagno Francesco, diventa il simbolo del sacrificio della popolazione civile che riscatta la dignità dell’intera nazione. La sequenza finale, con i ragazzi della borgata romana guidati dal piccolo Marcello (Vito Annicchiarico) che assistono alla fucilazione di Don Pietro e camminano in gruppo verso lo sfondo di una Roma dominata dalla cupola di San Pietro, costituisce una limpida allegoria della speranza nel futuro repubblicano, affidando alle nuove generazioni il compito di edificare un’Italia finalmente democratica e pacificata. Il film ottenne una risonanza globale straordinaria, venendo premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1946 e ricevendo una candidatura all’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale nel 1947.
2. Paisà (1946)
Concepito come un viaggio geografico e cronologico che risale la penisola italiana dal luglio del 1943 fino all’inverno del 1944, Paisà offre una rappresentazione straordinariamente complessa e priva di retorica della liberazione del paese. Attraverso sei episodi narrati con uno stile semidocumentaristico e l’impiego massiccio di attori non professionisti affiancati da interpreti come Maria Michi, Gar Moore e Giulietta Masina, Rossellini documenta le immane difficoltà di comunicazione e di comprensione reciproca tra la popolazione italiana ridotta alla fame e le truppe alleate anglo-americane. Il film mostra come la transizione istituzionale non sia stata un processo lineare o omogeneo, bensì un percorso frammentato e doloroso, vissuto in modo assai differente a seconda delle latitudini.
La pellicola rifiuta ogni facile ottimismo patriottico, mostrando la tragica complessità della realtà bellica e post-bellica. Nell’episodio napoletano, il soldato afroamericano scopre la disperata indigenza della città attraverso gli occhi dello scugnizzo Pasquale (Alfonsino Pasca), mentre negli ultimi episodi si consuma il tragico destino dei partigiani e dei militari alleati nelle paludi del delta del Po, brutalmente trucidati dalle forze tedesche. Rossellini suggerisce che la nascita della Repubblica non è un dono inatteso degli alleati, ma una faticosa conquista pagata con il sangue della Resistenza e con la distruzione morale di una popolazione costretta a inventarsi nuove forme di sopravvivenza biologica e sociale. La rilevanza artistica del film è testimoniata dai numerosi premi vinti nel 1947, tra cui i Nastri d’Argento per il miglior film, la migliore regia e la migliore colonna sonora a Renzo Rossellini, nonché una candidatura all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 1950.
3. Sciuscià (1946)
Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle formalità del referendum e sulla stesura dei nuovi testi normativi, Vittorio De Sica e lo sceneggiatore Cesare Zavattini rivolgono lo sguardo verso gli strati più vulnerabili della società italiana, realizzando con Sciuscià una spietata radiografia del dopoguerra. Il film segue la dolorosa parabola di Giuseppe (Rinaldo Smordoni) e Pasquale (Franco Interlenghi), due giovani lustrascarpe romani il cui sogno di acquistare un cavallo si scontra con il degrado morale del mercato nero e l’ottusità repressiva delle istituzioni penitenziarie minorili del nuovo Stato.
De Sica denuncia con eccezionale rigore formale l’incapacità strutturale del sistema giudiziario e assistenziale di accogliere e rieducare una gioventù devastata psicologicamente dalla guerra. Il film rivela che, sotto la superficie dei proclami democratici e dei processi di ricostruzione istituzionale, permangono inalterati i meccanismi di esclusione sociale e le strutture burocratiche autoritarie ereditate dal passato regime. Il tragico finale, in cui l’amicizia tra i due protagonisti si dissolve nell’omicidio colpevole e nel rimorso, suona come un potente monito etico rivolto alla classe dirigente repubblicana: nessuna democrazia può dirsi compiuta se fondata sul sacrificio dei propri figli e sulla dimenticanza della giustizia sociale. Oltre a vincere il Nastro d’Argento per la migliore regia, Sciuscià fu premiato nel 1948 con il primo Premio Oscar Onorario al miglior film straniero della storia dell’Academy, accompagnato da una candidatura per la migliore sceneggiatura originale a Sergio Amidei, Adolfo Franci, Cesare Giulio Viola e Cesare Zavattini.
La Satira del Conformismo e la Transizione Provvisoria
4. L’onorevole Angelina (1947)
Diretto da Luigi Zampa e interpretato da una monumentale Anna Magnani, L’onorevole Angelina documenta con la precisione del cinema di cronaca la drammatica realtà delle borgate romane flagellate dalle alluvioni, dalla speculazione edilizia e dalla mancanza di generi di prima necessità nell’immediato dopoguerra. Angelina Bianchi, una semplice popolana residente nel quartiere di Pietralata, si trasforma spontaneamente nella guida di una protesta collettiva per ottenere case popolari e acqua corrente, scontrandosi sia con gli accumulatori del mercato nero sia con l’inefficacia dell’amministrazione pubblica.
Il film riveste un’importanza storica fondamentale in quanto cattura lo spirito del neonato suffragio universale e la travolgente politicizzazione delle masse popolari femminili. La sceneggiatura, scritta a più mani da Piero Tellini, Suso Cecchi D’Amico, lo stesso Luigi Zampa e Anna Magnani, delinea una figura di straordinaria forza civile. Angelina, che alla fine rifiuta la candidatura formale alla Camera dei Deputati per non lasciarsi strumentalizzare dai partiti tradizionali, incarna la diffidenza popolare verso i vecchi rituali del potere, ma al contempo esalta l’irruzione della coscienza civile delle donne nel determinare il futuro istituzionale del paese. Zampa descrive l’origine di una democrazia reale che nasce dal basso, fondata sul lavoro, sulla solidarietà comunitaria e sulla rivendicazione intransigente della dignità quotidiana. Per la sua interpretazione, Anna Magnani si aggiudicò la prestigiosa Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1947 e il Nastro d’Argento come migliore attrice protagonista nel 1948.
5. Anni difficili (1948)
Tratto dalla celebre novella di Vitaliano Brancati Il vecchio con gli stivali, il film di Luigi Zampa rappresenta il tentativo più coraggioso e politicamente controverso di analizzare la transizione italiana sotto la lente deformante della satira e dello studio di costume. La vicenda, ambientata nella cittadina siciliana di Modica a partire dal 1935, segue le sventure di Aldo Piscitello (Umberto Spadaro), un modesto impiegato comunale costretto a iscriversi al Partito Nazionale Fascista per non perdere l’impiego, e tragicamente punito con l’epurazione amministrativa nel 1943 in seguito allo sbarco alleato in Sicilia.
FASCISMO (1935) DEMOCRAZIA (1943)
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│ Podestà fascista │ │ Sindaco democratico │
│ (Impone la tessera PNF a Aldo) ├───────>│ (Epura Aldo per iscrizione PNF) │
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La straordinaria intuizione di Zampa e Brancati risiede nella feroce denuncia del trasformismo politico e dell’ipocrisia della classe dirigente provinciale. Il paradosso tragico vede Aldo Piscitello epurato dallo stesso identico sindaco che, quando ricopriva la carica fascista di podestà, lo aveva obbligato a ritirare la tessera del partito per fame. Nel frattempo, suo figlio Giovanni (Massimo Girotti), inviato a combattere in Etiopia, Albania e Russia, viene ucciso a tradimento da soldati tedeschi in ritirata proprio mentre fa ritorno a casa, morendo senza aver mai potuto vedere il figlio neonato.
All’uscita nelle sale nell’autunno del 1948, il film scatenò un accesissimo dibattito parlamentare. I deputati democristiani Giuseppe Magliano e Mario Cingolani, insieme al senatore socialista Giovanni Persico, chiesero formalmente il ritiro della pellicola dalle sale con l’accusa di diffamare l’Italia. I deputati siciliani Filadelfio Caroniti e Giovanni Battista Adonnino presentarono un’interrogazione parlamentare tacciando la pellicola di offendere gravemente la civiltà della Sicilia. Nonostante le dure critiche di chi vi leggeva un’impronta di qualunquismo, l’opera fu difesa strenuamente dal sottosegretario Giulio Andreotti e dal dirigente comunista Pietro Secchia, i quali vi riconobbero la lucida rappresentazione delle storture morali ereditate dal ventennio della dittatura.
Lo Sguardo Retrospettivo sulla Scelta Istituzionale
6. Una vita difficile (1961)
Diretto da Dino Risi ed eccezionalmente sceneggiato da Rodolfo Sonego, Una vita difficile rappresenta uno dei vertici assoluti della commedia all’italiana, capace di sintetizzare vent’anni di storia patria attraverso le peripezie esistenziali e politiche di Silvio Magnozzi, interpretato da Alberto Sordi. Magnozzi è un intellettuale romano, ex partigiano combattente sul lago di Como, che nel dopoguerra sceglie di difendere con cocciuta intransigenza i propri ideali democratici, repubblicani e comunisti, rifiutando ogni forma di compromesso materiale e lavorando per il quotidiano “Il Lavoratore” in condizioni di estrema povertà.
L’opera contiene una delle sequenze più celebri ed esteticamente compiute del cinema italiano, interamente dedicata al referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Silvio ed Elena (Lea Massari), invitati fortuitamente a cena in un palazzo nobiliare romano popolato da aristocratici fanaticamente devoti alla monarchia sabauda, assistono in diretta alla trasmissione radiofonica ufficiale dei risultati elettorali. Il contrasto tra lo sdegno funereo della nobiltà decadente, che ascolta la proclamazione (con i dati radiofonici che annunciano 10.709.423 voti per la monarchia e 12.718.019 per la repubblica) e si ritira mestamente nelle proprie stanze profetizzando catastrofi, e il silenzioso, felice brindisi a champagne della giovane coppia rimasta sola davanti alla sontuosa tavola imbandita, riassume splendidamente la vittoria della speranza repubblicana sulle forze reazionarie del passato.
Risi descrive una transizione epocale con rara finezza sociologica, evidenziando il clima di spaccatura geografica e ideologica che accompagnò il voto, in particolare tra il Nord repubblicano e il Sud prevalentemente monarchico, dove a Napoli si registrarono violenti scontri di piazza repressi con la forza dalle mitragliatrici della polizia. La parabola finale di Magnozzi, che dopo anni di emarginazione e la prigione in seguito all’attentato a Togliatti cede l’anima alle lusinghe dell’industrializzazione neocapitalista lavorando per il cinico affarista Bracci (Claudio Gora), per poi riscattarsi con un plateale e liberatorio ceffone al padrone oppressore che lo aveva umiliato, simboleggia l’insopprimibile anelito di dignità etica che costituisce il fondamento irrinunciabile della cittadinanza repubblicana. Il valore del film è stato storicamente consacrato con l’assegnazione del David di Donatello nel 1962 e l’inserimento ufficiale nella lista dei 100 film italiani da salvare.
IL PERCORSO DI SILVIO MAGNOZZI (1944-1961)
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│ RESISTENZA (1944) │ │ DOPOGUERRA E POVERTÀ (1946) │
│ Combattimento partigiano ├───────>│ Giornalista intransigente │
│ ideali antifascisti │ │ rifiuto del compromesso │
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│
▼
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│ CORRUZIONE NEOCAPITALISTA (1961)│ │ IL RISCATTO ETICO │
│ Segretario dell'affarista Bracci│<───────┤ Ceffone a Bracci e ritorno │
│ rinuncia agli ideali per denaro │ │ sottobraccio a Elena │
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La Pedagogia Storica e il Bilancio degli Anni Settanta
7. Nascita della Repubblica (1971)
Realizzata in occasione delle solenni celebrazioni per il venticinquennio della fondazione della Repubblica Italiana, questa straordinaria miniserie televisiva prodotta dal Programma Nazionale della RAI rappresenta il culmine della divulgazione storica e del docu-drama d’autore. Il progetto si avvale della prestigiosa consulenza storica del giurista Paolo Ungari e si articola in tre puntate dirette da tre maestri indiscussi del cinema nazionale: Sandro Bolchi per la prima puntata (“La vigilia”), Vittorio De Sica per la seconda (“Il 2 giugno”), ed Ermanno Olmi per il capitolo conclusivo (“In nome del popolo italiano”).
La miniserie ricostruisce con encomiabile rigore archivistico e narrativo le complesse tappe che condussero dalla liberazione di Roma alle giornate convulse del referendum istituzionale e all’elezione dell’Assemblea Costituente. L’episodio diretto da Vittorio De Sica, incentrato sulla giornata del voto del 2 giugno, si concentra in particolar modo sullo slancio democratico e l’entusiasmo popolare che animò l’affluenza di massa alle urne, segnando lo storico esordio politico dell’elettorato femminile.
La sceneggiatura, firmata da Fabrizio Onofri e dallo stesso De Sica, descrive minuziosamente i retroscena di quelle giornate al Quirinale. Viene rievocato il comportamento esemplare di Maria José, moglie di Umberto II (il “Re di Maggio”), la quale nel suo seggio elettorale di Roma dichiarò apertamente che non avrebbe votato per il referendum per motivi di buon gusto (“la scheda monarchia o repubblica non la voto… non sarebbe di buon gusto”), decidendo invece di esprimere la propria preferenza solo per l’Assemblea Costituente.
Al contempo, la serie mette in luce il drammatico stallo istituzionale seguito al voto: il 10 giugno il Presidente della Corte di Cassazione, Giuseppe Pagano, annunciò i dati numerici provvisori (12.182.155 voti per la Repubblica contro 10.362.709 per la Monarchia) ma, su pressione del Guardasigilli Palmiro Togliatti per evitare incidenti prima dell’esame definitivo dei ricorsi, si astenne dal proclamare solennemente la vittoria della Repubblica. Questo limbo politico, durante il quale il Quirinale fu meta di un continuo andirivieni di consiglieri che spingevano Umberto II a tentare un colpo di stato (tra cui il grande ammiraglio Thaon di Revel, il maresciallo Badoglio e Vittorio Emanuele Orlando), si risolse solo il 13 giugno con la partenza del re per l’esilio in Portogallo, prevenendo lo scoppio di una nuova guerra civile.
| Puntata / Regista | Focus Storico Narrato | Elemento Chiave di Analisi |
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Episodio I: “La vigilia”
Directo da Sandro Bolchi |
Dalla Liberazione di Roma (giugno 1944) ai primi mesi del 1946 |
Analisi delle pressioni delle potenze alleate e del ruolo dei partiti del CLN |
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Episodio II: “Il 2 giugno”
Diretto da Vittorio De Sica |
Le giornate del voto, i seggi elettorali e l’affluenza di massa |
Il primo voto delle donne e la ricostruzione del comportamento dei reali al Quirinale |
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Episodio III: “In nome del popolo italiano”
Diretto da Ermanno Olmi |
Lo stallo tra la Corte di Cassazione, De Gasperi e l’esilio di Umberto II |
La gestione dello scontro istituzionale e la proclamazione formale della Repubblica |
8. Anno uno (1974)
Nel penultimo film della sua straordinaria carriera, Roberto Rossellini applica il suo rigoroso metodo storiografico d’indagine e di didatticismo visivo alla figura monumentale di Alcide De Gasperi, interpretato con sobria fermezza da Luigi Vannucchi. La pellicola copre minuziosamente l’arco temporale cruciale che va dal 1944 al 1954, partendo dai drammatici e carbonari incontri romani del CLN sotto l’occupazione tedesca, per giungere al ritiro privato dello statista trentino a Selva di Grigno dopo il difficile congresso democristiano di Napoli.
Rossellini adotta uno stile compositivo volutamente spoglio ed essenziale, dominato dall’uso frequente dello zoom (Pancinor) e da lunghe inquadrature in piano-sequenza, rifiutando ogni facile spettacolarizzazione drammatica della storia. Il film è strutturato come una serie di fitti dialoghi di carattere dottrinale e dibattiti accesi tra i protagonisti dell’arena politica post-bellica: da Palmiro Togliatti (Tino Bianchi) a Pietro Nenni (Ennio Balbo), da Giuseppe Saragat (Francesco Di Federico) a Giuseppe Di Vittorio (Corrado Olmi).
Rossellini descrive con estrema lucidità la complessa manovra politica operata da De Gasperi per traghettare l’Italia attraverso il referendum istituzionale, disinnescando i tentativi di colpo di stato monarchico e salvaguardando l’ordine pubblico in una nazione stremata e sull’orlo della guerra civile. Il film si sofferma sul celebre e ostile discorso pronunciato dallo statista alla Conferenza di pace di Parigi il 10 agosto 1946, un momento chiave in cui la persona di De Gasperi riuscì a restituire dignità internazionale e credibilità morale a un paese sconfitto dal fascismo, ponendo le basi per l’integrazione della nuova Repubblica nel consesso delle nazioni occidentali.
9. C’eravamo tanto amati (1974)
Capolavoro malinconico e crepuscolare di Ettore Scola, scritto in collaborazione con Age e Scarpelli, il film traccia un lucido e impietoso bilancio esistenziale di trent’anni di storia italiana attraverso le vicende intrecciate di tre ex compagni partigiani incontratisi durante i combattimenti in montagna: Gianni Perego (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores). Con la fine della guerra e l’avvento della democrazia formale, i tre amici affrontano il dopoguerra carichi di energie e sogni di riforma sociale, ma il destino e le lusinghe del “miracolo economico” finiranno per separare drasticamente le loro esistenze.
Scola mette in scena la profonda frattura ideologica ed esistenziale della generazione repubblicana :
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Gianni: Abbandona gli ideali socialisti per accumulare ricchezze personali attraverso la speculazione edilizia, sposando Elide (Giovanna Ralli), figlia del costruttore reazionario e fascista Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi).
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Nicola: Intellettuale di provincia, viene emarginato per la sua intransigenza cinefila e ideologica, riducendosi a vivere di espedienti accademici e nostalgie dopo aver perso il posto di insegnante per aver difeso la proiezione di Ladri di biciclette.
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Antonio: Conserva intatta la sua purezza di portantino ospedaliero a Roma, ma rimane escluso dalle stanze della ricchezza e del potere decisionale.
Il film è arricchito da straordinari inserti metacinematografici (con i camei di Federico Fellini, Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica) e da continui omaggi formali alla storia del cinema nazionale, da Ladri di biciclette alla celebre sequenza della scalinata di Potëmkin rimessa in scena a piazza del Popolo. C’eravamo tanto amati dimostra con amara lucidità come la Repubblica nata dalla Resistenza si sia via via trasformata in una società cinica, borghese e dominata dal potere della Democrazia Cristiana, in cui i vecchi sogni di palingenesi sociale si sono infranti contro il muro del conformismo, della speculazione e del riflusso privato. La celebre battuta pronunciata da Nicola nel finale del film, «Volevamo cambiare il mondo, ma il mondo ha cambiato noi», sintetizza magistralmente la disillusione storica di una generazione che ha visto sbiadire la carica rivoluzionaria del proprio mandato costituzionale originario.
La Rivelazione Contemporanea dell’Emancipazione
10. C’è ancora domani (2023)
Esordio alla regia di straordinario impatto culturale e commerciale diretto da Paola Cortellesi, C’è ancora domani si focalizza sulla vita quotidiana di Delia (Paola Cortellesi), una madre di famiglia residente in una modesta cantina rionale della Roma post-bellica del maggio 1946. Sotto lo sguardo minaccioso di truppe alleate che pattugliano le strade su Jeep e l’inquietudine generale dovuta all’imminente consultazione istituzionale, Delia conduce un’esistenza scandita dall’oppressione sistematica e dalle brutali violenze domestiche inflittele dal marito Ivano (Valerio Mastandrea), assecondato dall’anziano suocero Sor Ottorino (Giorgio Colangeli).
Il film compie una cruciale operazione di risignificazione storica del Neorealismo, girato in un raffinato bianco e nero che richiama esplicitamente l’immaginario visivo delle opere di Rossellini e De Sica. L’elemento di straordinaria originalità risiede nello slittamento della suspense narrativa: per l’intera durata del racconto, lo spettatore è indotto a credere che la misteriosa lettera ricevuta da Delia e i suoi faticosi risparmi nascosti servano a pianificare una fuga d’amore o una ribellione privata contro il giogo coniugale. Solo nella sequenza finale si scopre che la misteriosa missiva non è altro che la sua prima tessera elettorale personale.
ASPETTATIVA NARRATIVA RIVELAZIONE REALE
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│ Lettera misteriosa = │ │ Lettera misteriosa = │
│ Messaggio d'amore / Fuga ├───────>│ Tessera elettorale (Voto 1946) │
│ (Ribellione puramente privata) │ │ (Emancipazione civile e politica)│
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Cortellesi eleva l’atto del voto del 2 e 3 giugno 1946 a una dimensione epica e liberatoria. La fila ordinata e complice delle donne fuori dalle sezioni elettorali, descritta nei dettagli dell’abbigliamento e dei piccoli espedienti igienici (come il divieto di indossare il rossetto per non macchiare irrimediabilmente la scheda cartacea), esalta la nascita della Repubblica non come una semplice formula di architettura istituzionale, ma come la prima, concreta conquista di parità civile e dignità biologica da parte delle donne italiane.
La sfida finale lanciata da Delia al marito attraverso uno sguardo fermo e privo di paura all’uscita dal seggio, protetta dalla solidarietà visiva delle altre elettrici e della figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano), sancisce la nascita di uno Stato autenticamente democratico che può dirsi fondato solo a partire dal superamento del patriarcato domestico e sociale. Il successo travolgente dell’opera è stato suggellato da una pioggia di riconoscimenti, tra cui sei David di Donatello (miglior esordio alla regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista e non protagonista), il Globo d’Oro al miglior film e il Biglietto d’Oro come pellicola italiana più vista dell’anno con oltre un milione di spettatori.
