Una famiglia sottosopra

Il nostro parere

Una famiglia sottosopra (2025) ITA di Alessandro Genovesi


Dopo una giornata trascorsa tra le attrazioni di Gardaland per festeggiare il compleanno della piccola Anna, la famiglia Moretti vive un risveglio traumatico tra le mura del resort. Alessandro e Margherita, coppia in crisi profonda tra inoccupazione e tradimenti, si ritrovano catapultati l’uno nel corpo dell’altra, mentre la prole e la suocera subiscono analoghe e surreali trasmutazioni fisiche. Inizia così una convivenza forzata sotto nuove spoglie, dove il paradosso biologico diventa l’unico strumento per tentare di ricomporre i cocci di un nucleo familiare ormai prossimo al collasso.


Il cinema di Alessandro Genovesi torna a frequentare i territori rassicuranti della commedia corale (e familiare), guardando stavolta oltremanica – o meglio, oltralpe – con un remake che tenta di declinare il tropo del body-swap secondo i canoni del mainstream nostrano. L’ouverture affidata a una citazione tolstojana appare quasi come un vezzo cinefilo, un gioco di contrasti tra l’alto della letteratura e il basso di una narrazione che elegge un parco divertimenti a baricentro estetico e strutturale. La macchina da presa si muove tra le scenografie ipercolorate di Gardaland, vero beneficiario del film, con una fluidità che ammicca apertamente all’estetica pubblicitaria, integrando il massiccio product placement in una fotografia satura, quasi a voler sottolineare l’artificiosità di una felicità familiare che è, appunto, solo di facciata.

La gestione degli spazi e dei ritmi interni alla messa in scena rivela la natura ibrida dell’operazione: se da un lato la regia insegue una dinamicità quasi cartoonesca per assecondare le gag fisiche dei protagonisti, dall’altro indugia su primi piani che cercano una profondità drammatica soffocata dalla prevedibilità della scrittura. Luca Argentero e Valentina Lodovini lavorano per sottrazione e inversione, cercando di restituire attraverso la gestualità l’alienazione di un’identità smarrita, ma la sceneggiatura non aiuta. Il montaggio, serrato nelle sequenze di equivoci, tenta di mascherare l’assenza di un’autentica tensione narrativa, rifugiandosi in un rassicurante equilibrio tra lo slapstick e il sentimentale.

L’uso della luce e delle prospettive interne alle camere dell’hotel contribuisce a creare quell’atmosfera claustrofobica necessaria a far esplodere il conflitto, ma il film fatica a emanciparsi dal genere di appartenenza, rimanendo imbrigliato in una struttura che alterna salite di ilarità a discese di stanca malinconia. Nonostante la solida professionalità di Licia Maglietta l’impressione è quella di trovarsi davanti a un congegno meccanico ben oliato ma privo di quel guizzo autoriale capace di trasformare il pretesto fantastico in una reale riflessione sociologica. La scelta di chiudere il racconto con una sobrietà inaspettata suggerisce una ricerca di coerenza emotiva che, sebbene tardiva, riesce a dare un senso a un’operazione che altrimenti rischierebbe di apparire come un lungo spot.

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