Karate Kid Legends

Il nostro parere

Karate Kid Legends (2025) USA di Jonathan Entwistle


Un giovane prodigio del kung-fu, tormentato da una recente tragedia familiare, si trasferisce da Pechino in una nuova vita a New York. Qui, dopo aver subito gli attacchi di una banda di bulli locali, potenti campioni di karate, stabilisce nuove amicizie, in particolare con una ragazza e suo padre, proprietario di una pizzeria in difficoltà finanziaria. Per salvare l’attività e sconfiggere il suo rivale, il protagonista si prepara ad affrontare un prestigioso torneo con l’aiuto non solo del suo saggio mentore di vecchia data, ma anche di una leggenda inattesa.


“Karate Kid: Legends,” sesto capitolo della saga, si presenta ai nastri di partenza con un’ambizione encomiabile e, al contempo, il suo più grande fardello: il desiderio impaziente di unificare ogni singola iterazione narrativa pregressa. Diretto da Entwistle e scritto da Lieber, il film è una vera e propria rilettura della serie: il trasloco, la ragazza locale, il bullo karateka, la figura del mentore saggio e il torneo finale per una causa ideale (qui, salvare la pizzeria). Un approccio che risulta un po’ denso e frettoloso.

Il problema principale risiede in un montaggio iper-sintetico e una durata contenuta (soli 90 minuti) che tradiscono l’urgenza di abbracciare l’intera mitologia. Il film non si concede mai il respiro necessario per far brillare i personaggi secondari o sviluppare le sottotrame più intriganti. Il rapporto tra il giovane allievo e l’adulto in difficoltà, ad esempio, con il twist che vede il primo nel ruolo di allenatore di boxe per il secondo, è un’idea brillante che da sola avrebbe meritato un intero arco narrativo, ma viene liquidata troppo rapidamente.

Dal punto di vista della messa in scena, Entwistle opta per un’estetica che strizza l’occhio al melodramma urbano degli anni ’80. La New York di Lower Manhattan appare splendidamente grintosa e quasi ‘rocchiana’ (un debito sempre presente, non a caso, dato che il franchise nacque come Rocky a tema arti marziali). La colonna sonora è insistente, sottolineando ogni passo in modo a volte didascalico. L’elemento più controverso è senza dubbio la riunione forzata dei due maestri. Sebbene il feeling tra i due mentori sia gradevole e regali qualche momento di slapstick nostalgico, la rapidità con cui il sensei leggendario viene inserito nell’equazione a una settimana dal campionato e la pretestuosità del legame mitologico risultano il punto più debole della narrazione.

Tuttavia, il film si regge saldamente sulle spalle del suo protagonista, che è acrobatico e toccante.   La sua abilità nel kung-fu è già evidente all’inizio, un upgrade intrigante rispetto al “neofita” dei capitoli precedenti. Inoltre, l’antagonista è estremamente efficace grazie alla bravura di Aramis Knight che buca lo schermo, trasmettendo veleno con un semplice sguardo.

Nonostante il ritmo frenetico che non permette di approfondire temi importanti come il trauma psicologico del protagonista o il contrasto culturale, le scene di combattimento – in particolare la scazzottata nel vicolo – sono coreograficamente eleganti. “Karate Kid: Legends” è un’operazione che funziona per la sua innata formula. Non segnerà la generazione, ma offre un solido, anche se troppo compresso, intrattenimento per l’appassionato che cerca un comfort movie muscolare e ricco di ammiccamenti.

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