Eileen
Eileen (2023) USA di William Oldroyd
In una cittadina del Massachusetts avvolta in un’atmosfera malsana, tra la neve e la routine opprimente, si muove Eileen, una giovane segretaria in un carcere minorile con uno sguardo spento e qualche pausa autoerotica spiando i detenuti. L’arrivo di Rebecca St John, psichiatra dal sofisticato accento e dall’auto rosso fiammante, irrompe in questo grigiore. Tra Martini e balli, Rebecca spinge Eileen a sperimentare vizi come sigarette, caffè e vino rosso, trasformando la timida ragazza in una figura più sicura di sé, con guance rosse e cappotti di pelliccia.
Immaginatevi un angolo sperduto del Massachusetts, avvolto in una patina di grigiore esistenziale che sembra appiccicarsi addosso ai personaggi come la muffa. In questo scenario desolante fa la sua comparsa Eileen, una giovane donna che sembra aver fatto del profilo basso e dell’invisibilità la propria bandiera. La sua quotidianità, scandita dal lavoro in un istituto di pena minorile dall’aspetto tutt’altro che rassicurante, è un susseguirsi di giorni fotocopia, illuminati solo da qualche furtiva evasione solitaria.
Ma ecco che, come un’apparizione inattesa, irrompe Rebecca St John, una psichiatra dal fascino enigmatico e dall’eleganza che stridono con l’ambiente circostante. La sua auto fiammante e il suo accento sofisticato sono scintille in un panorama monocromo. L’incontro tra queste due figure così distanti è l’innesco di una dinamica torbida e affascinante. Rebecca, con la sua apparente sicurezza, sembra scuotere dal torpore Eileen, introducendola a un mondo di piccoli piaceri proibiti e risvegliando in lei una nuova consapevolezza di sé, seppur ancora fragile e incerta.
Il film di William Oldroyd ci guida con mano sicura in un labirinto di ambiguità e sottintesi. La narrazione gioca con la nostra percezione, insinuando il dubbio sulla vera natura di Rebecca e sul suo impatto manipolatorio su Eileen. L’attrazione che le lega è palpabile, ma intrisa di una tensione sotterranea, quasi pericolosa. Si esplorano temi universali come la ricerca di identità, il desiderio di evasione da una realtà soffocante e il labile confine tra ammirazione e ossessione.
Le interpretazioni di Thomasin McKenzie e Anne Hathaway sono semplicemente magnetiche. McKenzie dona al personaggio di Eileen una fragilità disarmante, ma anche una sottile inquietudine che lascia presagire oscuri sviluppi. Hathaway, con il suo carisma ambiguo, incarna perfettamente la figura di una donna che sembra nascondere segreti inconfessabili. La regia di Oldroyd è precisa e calibrata, capace di creare un’atmosfera densa di suspense e di disagio, culminando in un finale che spiazza e lascia un segno indelebile. “Eileen” non è un film che offre risposte facili, ma un’immersione perturbante nelle zone d’ombra dell’animo umano.
