Beetlejuice Beetlejuice
Beetlejuice Beetlejuice (2024) USA di Tim Burton
Lydia Deetz, l’adolescente gotica che nell’originale del 1988 si era ritrovata con un’offerta di matrimonio dal demonio burlone Betelgeuse, è una medium vedova sulla quarantina, conduttrice di un popolare show televisivo newyorkese, “Ghost House with Lydia Deetz”, e madre di una figlia adolescente, Astrid, che la detesta cordialmente. Accanto a loro, il fidanzato e produttore di Lydia, Rory, che si vanta di tenerla lontana dai guai, anche se poi entrambi si ritrovano a far casino. E non dimentichiamo la nonna acquisita di Lydia, Delia Deetz, ora artista multimediale e influencer. La trama si infittisce quando tutti tornano a Winter River dopo la dipartita del marito di Delia, Charles. E ovviamente, finiscono di nuovo invischiati con Beetlejuice, che questa volta deve vedersela con una minaccia esistenziale in carne e ossa (o meglio, in brandelli riassemblati): la sua ex moglie Delores.
Un tuffo nel passato e un tocco di romanticismo macabroSe pensavate che Tim Burton avesse messo la testa a posto, preparatevi a ricredervi con “Beetlejuice Beetlejuice”. Questo film è un po’ come una scatola dei giocattoli strapiena che il regista si diverte a svuotare, tirando fuori un balocco nuovo ogni due minuti. Non c’è una logica stringente, un’organizzazione precisa, solo un flusso continuo di immagini e scene che si susseguono in un tripudio di follia creativa. Ci sono sogni dentro i sogni, numeri musicali che spuntano dal nulla, promesse di matrimonio che sembrano più minacce e un finale così squinternato da far impallidire il miglior Burton.
Michael Keaton è semplicemente sensazionale. Si cala di nuovo nella pelle rancida di Beetlejuice con l’allegria orgogliosa di uno di quei fortunati anziani che conservano il loro smoking del ballo in un armadio e possono indossarlo quando vogliono, trovando che gli calza ancora a pennello. Ma tra i membri del cast principale che ritornano, la vera rivelazione è la Ryder. Trasmette una presenza dolcemente cupa e fragile, di qualcuno che ne ha passate tante ed è cambiata. La sua interpretazione cattura il senso di una donna così trascinata giù dai suoi errori, dalle occasioni mancate e dalle tragedie casuali che non riesce a uscire dalla routine in cui si trova da anni, o anche solo a cambiare direzione. La sua rinascita come star è una delle cose migliori che siano accadute grazie al dominio culturale di Netflix e di serie come Stranger Things. Qui interpreta una donna adulta, navigata e un po’ malconcia, ma la sua voce roca e flautata ha ancora della musica in sé. È fantastica con Theroux, che ha quel talento alla Jon Hamm di interpretare un borioso egocentrico senza far capire che lui, nella vita reale, non è affatto così.
I vari elementi del film non si fondono in un’unica trama coerente, quanto piuttosto coesistono e a volte si scontrano. Ci sono momenti in cui gli stratagemmi necessari per far interagire i personaggi e scambiare informazioni importanti sono così goffi e obbligatori che Burton sembra quasi volerli trasformare in una battuta privata con il pubblico. La costruzione dell’aldilà come una società alternativa con regole e moralità capovolte è divertente, ma non particolarmente originale (la satira sugli uffici burocratici e i funzionari che timbrano moduli a casaccio sembra uscita dagli anni ’80, e non in senso buono). Tuttavia, non è un peso eccessivo, perché quel mondo è in realtà un gigantesco parco giochi contorto per Burton, per la costumista Colleen Atwood (collaboratrice fissa di Burton sin da Edward mani di forbice), il direttore della fotografia Harris Zambarloukos e lo scenografo Mark Scruton.
Nessuno che abbia visto molti film di Burton uscirà da “Beetlejuice Beetlejuice” sbalordito dalla novità di ciò che ha appena visto. Questo è Burton che fa Burton, tornando all’era analogica per quanto possibile nel 2024. Burton ha iniziato come animatore e si è costruito un’identità come una sorta di Federico Fellini del goth liceale. La sua persona era a metà tra un illustratore, un mago e un comico. Ad un certo punto, a metà degli anni ’90, sembrava essersi forzato a preoccuparsi un po’ di più della trama (anche se con regressioni spettacolari e gradite come Mars Attacks!). Ma i film sono diventati gradualmente troppo levigati e calcolati.
È divertente vederlo cogliere questo progetto come un’opportunità per tornare alle sue radici da regista anni ’80, la cui passione era costruire mondi, indulgere nella sua sensibilità e cercare di farla franca il più possibile. I titoli di coda elencano probabilmente centinaia di burattinai e fabbricanti di oggetti di scena. Ogni macchia di colla a caldo, ogni cucitura di lattice frastagliata e ogni dettaglio dipinto a mano non è solo visibile sullo schermo, ma contribuisce alla sensazione di vedere qualcosa di enorme e divertente che è stato fatto da esseri umani, non da software.
