Indiscreto

Il nostro parere

Indiscreto (1958) USA di Stanley Donen


Anna Kalman è una celebre attrice teatrale single che, delusa dall’amore, incontra l’affascinante diplomatico americano Philip Adams. Tra i due scatta un colpo de fulmine immediato, ma l’uomo mette subito in chiaro un ostacolo insormontabile: è sposato e la moglie rifiuta il divorzio. Anna accetta comunque la relazione clandestina, finché non scopre casualmente che Philip è in realtà uno scapolo impenitente che usa il finto matrimonio come scudo protettivo per evitare legami stabili. Furiosa per l’inganno, la donna decide di orchestrar una sofisticata vendetta per fargli pagare la mistificazione.


Con questa pellicola, Stanley Donen compie un’operazione nostalgica e insieme profetica, riallacciandosi direttamente alla screwball comedy degli anni Trenta, in particolare a capisaldi interpretati dallo stesso Cary Grant come L’orribile verità di Leo McCarey o Le mie due mogli di Garson Kanin. Lo slittamento geografico e contenutistico rispetto alla commedia americana pura è evidente: l’adattamento della piéce teatrale Kind Sir di Norman Krasna, originariamente ambientata a New York, trova nella Mayfair londinese una cornice ideale che trasforma lo spazio scenico. Non siamo di fronte alle solite assolate e sfarzose location estive della Riviera; Donen sceglie una Londra invernale, aristocratica e ovattata, dove l’elegante appartamento di Anna diventa quasi l’unico proscenio, un microcosmo alto-borghese orchestrato attraverso i costumi d’alta moda firmati Christian Dior e una messinscena che dialoga costantemente con i canoni del teatro filmato.

L’originalità estetica dell’opera risiede nel modo in cui la regia aggira i limiti della rigida censura dell’epoca, sublimando il puritanesimo vigente attraverso soluzioni formali audaci. È il caso celebre del ricorso al formato split-screen: non potendo mostrare i due protagonisti nello stesso letto, Donen seziona lo schermo in due quadri speculari, creando un montaggio alternato ravvicinato in cui i corpi, pur distanti nello spazio diegetico, si sfiorano e interagiscono visivamente, generando un’illusione di intimità fortemente ammiccante e geometricamente perfetta. Questa frammentazione dell’inquadratura non è un semplice virtuosismo, ma si integra in un discorso estetico sulla falsità e sulla scomposizione dei ruoli sociali, tema centrale del racconto. La battuta chiave dell’opera, in cui Anna si indigna non per l’adulterio ma per l’assenza di una rivale legittima che nobiliti il peccato, svela una struttura profondamente lubitschiana, un gioco di specchi e inganni dove la moralità viene elegantemente aggirata.

Il legame citazionistico più forte e suggestivo è inevitabilmente quello che unisce i due interpreti principali. Dodici anni dopo le atmosfere cupe, espressioniste e tormentate di Notorious di Alfred Hitchcock, Cary Grant e Ingrid Bergman si ritrovano sul set per una reunion che ribalta completamente i presupposti del loro precedente incontro. Se nel capolavoro hitchcockiano il loro amore era spiato, represso e minacciato dalla suspense geopolitica, qui i due attori si muovono con una leggerezza quasi aerea. Grant mette in mostra una maturità sorniona, esibendosi persino in un’irresistibile e memorabile giga scozzese che spezza la rigidità diplomatica del suo personaggio. Bergman, all’epoca reduce dal tempestoso esilio europeo e dal sodalizio artistico e sentimentale con Roberto Rossellini, affronta qui una vera e propria rinascita professionale, svelando una vis comica inedita e vaporosa che, pur mantenendo una certa impostazione drammatica teatrale, gioca con ironia sulla propria immagine pubblica di donna scandalosa. Ad accompagnare questo sofisticato walzer dei sentimenti interviene il malinconico e avvolgente tema musicale orchestrato da James Van Heusen e Sammy Cahn, un contrappunto sonoro che dona una sfumatura nostalgica a una partitura drammaturgica altrimenti lineare, trasformando una potenziale farsa in un raffinato e agrodolce soffio di puro cinema.

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