The intnership

Il nostro parere

The intnership (2026) USA di James Bamford


Renee, nome in codice Catalyst, è una letale assassina cresciuta in un programma clandestino della CIA che trasforma i bambini in armi di stato. Quando il progetto viene archiviato, la ragazza riemerge dall’ombra per sottrarre all’FSB russo la lista degli ex stagionanti del programma, determinata a riunire i sopravvissuti e distruggere l’istituzione che le ha rubato l’infanzia. Insieme ai vecchi compagni d’addestramento scatena una rivolta di sangue, braccata contemporaneamente sia dai propri ex mentori americani sia dai servizi segreti di Mosca, che hanno fallito nel replicare lo stesso esperimento psicologico.


Ci sono operazioni cinematografiche che sembrano concepite da un algoritmo pigro e nostalgico dei vecchi scaffali di videocassette anni novanta, private però di quel calore analogico che rendeva memorabili anche i peggiori b-movie. Questo sequel spurio del già dimenticabile The Painter si inserisce nel filone dei giovani killer indottrinati, cercando una gravità morale sul tema dello sfruttamento dei minori che svanisce dopo i primi dieci minuti di pellicola. La regia è una sineddoche della carriera del suo autore: un susseguirsi di dinamiche cinetiche orchestrate con la geometrica precisione di chi mastica cascami di stunt-coordination da una vita, ma del tutto priva di una visione d’insieme. L’incipit rinasce nell’illusione di un algido e teso action spionistico, per poi sgonfiarsi in una messa in quadro piatta, che ricorda i peggiori riempitivi da network generalista.

Il montaggio schizofrenico alterna accelerazioni digitali a ralenti iper-stilizzati, introducendo i personaggi con scritte in font teletype che urlano allo spettatore il genere di appartenenza, quasi a voler compensare l’assoluta mancanza di identità visiva. Lo spazio filmico oscilla tra l’isolamento claustrofobico di baite innevate e la vacuità industriale di capannoni deserti, perfetti per ospitare coreografie acrobatiche dove la verosimiglianza viene sacrificata in nome di un supereroismo posticcio: i corpi dei giovani protagonisti schivano i proiettili a orecchio e assorbono traumi fisici devastanti con una stoica indifferenza che nega ogni residuo di umanità. Questa insensibilità si riflette nell’interpretazione raggelata di Lizzy Greene, la cui recitazione svuotata priva il personaggio di qualsiasi sfumatura tragica, trasformandola in una fredda funzione narrativa.

Il cortocircuito più evidente risiede tuttavia nell’operazione di casting, un vero e proprio disastro di targetizzazione che unisce volti noti di Disney Channel e Nickelodeon a esplosioni di violenza grafica ed eccessi di traumi oculari. La sceneggiatura crolla sotto il peso di una retorica da Guerra Fredda ormai fuori tempo massimo e di un misticismo tecnologico imbarazzante, dove l’hacking si riduce a un paio di tocchi magici su un tablet. Nemmeno il doppio colpo di scena finale, inserito come un correttivo d’emergenza per giustificare il caos precedente, riesce a salvare un’opera che confonde la spietatezza con l’intrattenimento e si offre allo sguardo come un vuoto e rumoroso catalogo di attrazioni fisiche, un mero biglietto da visita per un franchise che non vedrà mai la luce.

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