Hunting season – Caccia estrema
Hunting season – Caccia estrema (2025) USA di Raja Collins
L’esistenza appartata e rigorosa di Bowdrie, un uomo di mezza età che vive isolato nei boschi dell’Oklahoma crescendo la figlia adolescente Tag secondo i principi della caccia e della fede cristiana, viene bruscamente interrotta dal ritrovamento di January. La giovane donna, ferita e in fuga da un brutale cartello criminale guidato dall’eccentrico Alejandro, viene accolta e curata dalla famiglia. Questo atto di compassione trasforma la loro oasi di pace nel bersaglio dei sicari, costringendo il padre a rispolverare un passato misterioso e letale per difendere la propria dimora e la vita dei suoi cari.
L’operazione condotta da Collins con Hunting Season si muove programmaticamente sui binari di un minimalismo formale che vorrebbe nobilitare il cinema di genere, ma che finisce per rivelarne la fragilità strutturale. Il film elegge l’essenzialità a propria cifra stilistica, asciugando la narrazione fino a ridurla a un osso drammaturgico: se in prima battuta questo rigore geometrico, scandito dal montaggio compassato e da inquadrature fisse che esaltano l’isolamento dei personaggi, sembra voler evocare la nobile tradizione del western revisionista, alla lunga la scelta si traduce nell’assenza di inventiva. La sceneggiatura di Adam Hampton priva i protagonisti di una vera tridimensionalità psicologica, lasciandoli navigare in cliché ampiamente frequentati.
Il cuore estetico della pellicola risiede inevitabilmente nella stratificazione iconografica di Mel Gibson. Il regista sfrutta il corpo invecchiato e lo sguardo febbrile dell’attore per dar vita a un personaggio che vive di continui cortocircuiti cinefili: Bowdrie evoca inevitabilmente i fantasmi di Martin Riggs e Mad Max, qui declinati in una chiave crepuscolare e confessionale che ricorda i recenti ruoli di redivivo dello stesso Gibson in Blood Father o Desperation Road. Questo misticismo rurale, fatto di preghiere prima dei pasti e silenzi gravidi di tensione, crea una suggestiva messinscena della frontiera americana, dove la macchina da presa si sofferma sui dettagli feticistici della pulizia delle armi e sulla geometrica disposizione degli spazi domestici.
Questo rigore formale viene funestato da una schizofrenia tonale imperdonabile, che trova il suo apice nella recitazione sopra le righe di Jordi Mollà. Il suo Alejandro introduce un elemento grottesco che flirta apertamente con il pastiche tarantiniano o con il cinema iperbolico di Robert Rodriguez, spezzando la linearità geometrica del racconto senza però arricchirla di ironia. Le citazioni visive e le dinamiche dell’assedio domestico guardano a classici come Cane di paglia, ma vengono depotenziate da una totale assenza di inventiva nella gestione dello spazio e dell’azione. L’essenzialità si ribalta così nel suo opposto, trasformandosi nel limite invalicabile di un’opera muscolare che, nel tentativo di ripulire il genere da inutili orpelli, dimentica di offrirci un reale motivo di interesse.
